Cinguettii

Cinguettii
l'altra faccia della modernità

Auguri Anno della Scimmia

Auguri Anno della Scimmia
Auguri Anno della Scimmia

Del vedere il mondo

"C'è un'enorme differenza tra il vedere una cosa senza la matita in mano ed il vederla disegnandola"
Paul Valery



Qui troverete tanta Cina, disegno, letteratura di viaggio..se volete suggerirmi spunti, link, luoghi siete i benvenuti..


martedì 26 giugno 2012

NEL REGNO DI MR WANG

 un breve racconto....

Mi accadde, un tempo, di visitare il Regno di Mr Wang. Lui era un ometto assai basso di statura, che la natura non aveva certo favorito dal momento che era pure storpio: il destino lo aveva costretto a guardare il mondo e le persone sempre dal basso. Avanzava poggiandosi su sgangherate stampelle in legno, trascinando la gamba più corta da cui penzolava un piede deforme incapace di toccare terra. Nemmeno le fattezze del viso erano gradevoli, contornate da capelli ispidi, ovviamente neri, poco curati e privi di un taglio, che scendevano sul collo della camicia, visibilmente sporco così come lo erano i polsi. Piroettando di 180° su una stampella ti invitava a seguirlo dentro una stanza polverosa alle cui pareti erano accatastati mucchi di tappeti: due assistenti sfilavano quelli da guardare, aprendoli in una nuvola di polvere. E fu quando la nuvola svanì che vidi emergere un mondo di blu, di gialli, di rossi, di ocra, mappe fantastiche sulle quali disegni geometrici, melograni, peonie, animali mitici e artigli dragoneschi attizzavano la mia immaginazione: il blu dei mongoli rifletteva i loro cieli. Il giallo brillante rimandava a corti imperiali. Ogni disegno, ogni colore o tipo di lana o numero di nodi aveva una storia da raccontare. Cominciai a trascorrere i pomeriggi da Mr Wang, seduta su un tappeto, a gambe incrociate, così che i nostri occhi erano alla stessa altezza. Quando arrivò il tempo di partire, volle farmi un dono. Era un piccolo tappeto dallo sfondo color ocra nel quale un dragone blu si affiancava ad una fenice. Le sue storie mi avevano insegnato i percorsi del suo cuore. Col dragone e la fenice mi augurava tanta armonia. 


 (riproduzione riservata)

 

mercoledì 6 giugno 2012

IL PIROSCAFO

Un raccontino che ho scritto..forse ci farò anche qualche disegno
------------------------------


La giovane donna spinge la porta ed entra decisa. Le hanno detto che in quella galleria d’arte sono specializzati proprio in netsuke in avorio.

“Buongiorno come posso aiutarla?” la gallerista la accoglie, con voce tremante ed un sorriso caldo. Sulle labbra ha un velo di rossetto, leggero come il trucco sugli occhi. Pur molto vecchia è ancora longilinea ed i lunghi capelli bianchi sono raccolti in un elegante chignon, che lascia visibili sul collo bellissimi pendenti in oro.

- “Salve. Sto cercando un netsuke giapponese in avorio. Però non è uno qualunque. E’ un pezzo che è appartenuto alla collezione di un parente: per me è speciale. Sa, lui visse e credo sia morto anche, in Cina ma era nato proprio in queste zone. Non so, magari lei mi può aiutare?”
-“ Mi può descrivere il pezzo?”
La giovane allora estrae dalla cartellina che ha con sé un pacchetto di foto ingiallite e le sparpaglia sul tavolo a fianco della cassa.
-“Posso fare di meglio”- ribatte-“ guardi ho qui una vecchia foto, non è molto dettagliata ma i contorni dell’oggetto si individuano bene”. Poi comincia a sfogliare sicura le foto in cerca di quella giusta.

Uno stupore visibile si stampa allora negli occhi e muove il volto della gallerista mentre studia la giovane. Con lo sguardo che corre dalle foto alla donna, d’un tratto allunga il braccio e le posa la mano sul polso:
-“Aspetti per favore, mi faccia vedere quella”.
-“ Questa? Ma è un porto…”

L’immagine è molto piccola e il colore seppia in alcuni punti è assai sbiadito.

-“ Lo vede quel piroscafo?” - esclama - “quanto era elegante. E’ il Conte Rosso. Ce lo invidiava tutto il mondo per quelle sue forme raffinate. Ma chi le ha dato queste fotografie?” la incalza turbata.
- “Sono le foto che quel parente metteva nelle lettere che scriveva da Pechino ai suoi genitori, che erano poi i miei bisnonni. Sa, ci abito anche io a Pechino da qualche anno e così ne sono diventata la custode naturale” sorride allungando alla gallerista il proprio biglietto da visita scritto in cinese e italiano.

- “E lei come mai conosce il Conte Rosso? Dal suo stupore si direbbe importante. Non mi dica che ci ha viaggiato?”
- “Ah ragazza mia, che domande mi fa! Sono anni che non me le fa più nessuno”. “E’ importante..?” si perde poi in un borbottio.
- “Dunque?”
- “E’ sposata ragazza mia?”
- “Si, certo”.

- “ Quando io mi sposai ero poco più che bambina. Cominciò tutto proprio dopo nozze, quando ci accompagnarono a Venezia. Pensi che io non ci ero mai stata prima di allora ma non andammo per la nostra luna di miele. Dovevamo imbarcarci e fu proprio sul Conte Rosso” aggiunge picchiettando l’indice nodoso sulla foto- “ quel piroscafo faceva servizio sulla linea Venezia Shanghai, per il Lloyd Triestino, mi pare”.

- “ Mio marito” – prosegue – “era stato appena nominato medico della legazione di Pechino, perciò dovemmo partire. Che viaggio straordinario fu“.
La giovane donna improvvisamente ammutolita, lo sguardo pietrificato, scruta esterrefatta l’anziana.

- “Le dirò un fatto che non conosce” esclama la gallerista fissandola complice - “quando il Conte Rosso arrivò a Shanghai, mio marito sbarcò prima di me, per sbrigare le pratiche doganali, così mi disse. Risalì a bordo solo diverse ore più tardi in compagnia dei facchini; fece sbarcare i bauli e poi mi accompagnò sul ponte di prima classe dal quale si dominava il porto sul fiume Huangpu. Poi, a quel punto, mi diede un piccolo involto e mi baciò”.

- “E che conteneva?” quasi sussurra la giovane.

- “Un netsuke in avorio. Lo aveva comprato per me durante quelle ore a terra. Credo sia il pezzo che cerca”.

(riproduzione riservata)

sabato 12 maggio 2012

FUORI DAL CAPITALE, FUORI DAL POTERE, FUORI DALLA POLITICA..DOVE ALLORA..?

TRANSEUROPA FESTIVAL - SPAZI ALTERNATIVI PER L'ARTE, TRA EUROPA E CINA
http://transeuropafestival.eu/


“Un atelier teatrale che si apre agli altri, alla moltiplicazione dell’individuo” esordisce così con un bel sorriso aperto e curioso la direttrice dello spazio teatrale dove si è svolto ieri un incontro molto interessante. “Spazi alternativi per l’arte tra Europa e Cina”: il tema è stimolante, la modalità altrettanto. La location è un suggestivo spazio teatrale dai fondali neri, ruvidi cordami, quasi gomene, fissano alle pareti le quinte, proiettori incombono sulla scena, due file di sedie si fronteggiano. Da un lato la parte cinese con l’organizzazione italiana, dall’altro il pubblico, noi. Fra i due, sul pavimento nero, risaltano i “cuscini rossi dell’avvicinamento”.


Rappresenta lo spazio del dialogo, della riflessione su come muoversi, in ambito rigorosamente urbano, con modalità indipendenti, diverse dalle politiche abituali. Lo spazio dell’alternativa e della sperimentazione sociale. Che ci faccio io qui in questo luogo tanto alternativo, mi son chiesta. Che ho io da spartire, io così inquadrata, con tanta innovazione? Nulla, a dire la verità! Mi ci han trascinata lì la curiosità per la commistione tra Europa, il mio agar culturale, e la Cina, oltre alla parola arte. Con mio grande stupore ho trovato questa discussione ed il confronto molto interessanti, ho toccato con mano un laboratorio di sperimentazione su come concepire la relazione e la dinamica sociale. Questo festival ha in agenda altre “novità” (almeno per me) come quella dei cosiddetti “beni comuni”. Alla base c’è l’idea di riflettere su modi per superare lo spossessamento dell’individuo e della socialità, effetto della dominante ideologia del consumo. Quanto sono intriganti questi ragazzi, mi sono detta, anche se ho provato l’imbarazzo nascosto di rappresentare un elefante.
Il tema trattato è quello dello spazio in Cina: spazio pubblico, spazio alternativo.

Gli interpreti cinesi, assolutamente alternativi, sono la signora You Mi, i sig.ri Mao Yongfang, Zhou Xiaohu, Ni Kun. Le zone di provenienza sono Pechino, Shanghai, Chongqing, la regione del Zhejiang.


Con l’aiuto della brava e paziente interprete Ornella, i protagonisti ci hanno fatto entrare nei loro spazi di sperimentazione. Si parte con Chongqing la megalopoli del Sichuan da 30 mln di abitanti, salita di recente alle cronache per le vicende dell’esautoramento di Bo Xilai e della moglie. Ni Kun dice che la città è un deserto culturale. Una parola forte ma bisogna conoscerla questa realtà cinese, in corsa senza ritegno dal socialismo-di-mercato al consumismo sfrenato.
http://sites.google.com/site/saesinoeurope/umbrella

http://www.artribune.com/tag/ni-kun/
A Chongqing questi ragazzi si sono costituiti nel collettivo Organ House ed hanno messo in piedi un Festival che ha il suo centro nella discussione, nel dialogo fatto di interviste alle persone comuni. Il dato comune di questi cinesi è l’identificazione dell’Arte con il dialogo, l’Arte ha un marcato carattere di socialità. Dialogare, scambiarsi idee, percepire le sensazioni altrui, sperimentare l’emozione del pensiero che esce dai confini dell’individuo e diventa relazione, cogliere quelle parole che tratteggiano l’impatto della trasformazione sulle vite umane: questo è Arte.


A Pechino un’esperienza analoga viene portata avanti da Ma Yongfang e dal suo collettivo Forget Art. Già il nome è un programma.
http://www.forgetart.org/

Racconta Ma che a Pechino gli spazi artistici sono troppi e Forget Art vuole focalizzarsi su spazi particolari. L’arte si trasforma in incontri di dialogo nei parchi, templi, fabbriche. Il collettivo conduce interviste ad esempio con il personale della fabbrica francese Bernard Controls, appena fuori la capitale, dove hanno condotto un laboratorio. Il collettivo interagisce con gli operai, con il management, con gli impiegati. Ci mostra alcune foto: ecco un’operaia che “pensa ad un raggio di sole fermatosi un attimo sulla propria pelle”. Questo frammento di pensiero si trasforma in una sorta di slogan, scandito all’interno dello stabilimento in grandi caratteri. In questo agire personalmente, avverto una linea di prosecuzione con l’uso dello slogan politico sul luogo di lavoro degli anni ‘60. Qui però lo slogan è sostituito dall’emozione che, nel momento in cui emerge, cozza con le logiche produttive. Per qualcuno della fabbrica “l'azione è prodotto” forse anche “il pensiero è prodotto”: questi caratteri campeggiano allora in un reparto. Anche un manager è intervistato e subito condensato nel suo “relationship is efficiency” mentre un’impiegata sorride sotto le parole “la comunicazione è un fiume”. Agli operai si è domandato anche di commentare le parole: “lealtà, esperienza, innovazione, relazione, dedizione”. L’operazione mi pare vicina ai processi usati nelle attività di team building aziendale. L’esperimento di Ma prosegue con giochi linguistici per cui “ invest in confidence” si trasforma “invest in contraddiction”. Nella fabbrica che produce strumenti di misura energetica, il gioco storpia la logica di “energy under control” nella provocazione di “sensibility under control”. Gli operai sorridono divertiti a questo esperimento.
http://www.forgetart.org/?p=218
intervista a Ma Yongfeng

Mi sono chiesta cosa direi io se potessi partecipare ad un laboratorio e venissi intervistata. Credo che vorrei sopratutto uno spazio non urbano.Il primo spossessamento è quello dalla terra, dalla naturalità. E' un pezzo di mondo, è la prima relazione annullata dagli attuali processi produttivi. Non c'è più contatto col territorio.Territorio adesso significa solo sviluppo immobiliare, anche per la politica. I ns nonni che erano agricoltori  vivevano in simbiosi  curando e tutelando il territorio e da qui nasceva socialità. Questo dialogo vorrei recuperare. Poi vorrei recuperare la memoria. In particolare in Cina dove gli anziani sono una memoria storica in via di estinzione. Sono stati fagocitati dalla traformazione, bastonati dalla "privatizzazione", perchè i vecchi non interessano nessuno. Vorrei creare un network per recuperare le loro storie e perchè no anche le nostre in Europa.

Quello che hanno illustrato i ragazzi cinesi a me pare una sperimentazione con “caratteristiche cinesi”, in primis per il grande rilievo della socialità, della relazione, dell’uso della parola, un sorta di “neo-confucianesimo high-tech”. Una signora del pubblico pone una domanda molto sensata circa l’esistenza o meno di un rapporto causa-effetto che leghi le caratteristiche della scrittura cinese alle modalità dell’arte cinese. Ornella, l’interprete, sorride quando risponde che il tema è centrale all’arte cinese. Poi forse avremmo gustato meglio l’incontro se qualcuno avesse infierito meno nel porre domande intraducibili in cinese, talmente cervellotiche che nemmeno io ho capito che cosa si volesse chiedere.

I ragazzi cinesi raccontano che non sono interessati alla politica tradizionale, non vogliono contrastarla. Vorrebbero che l’arte servisse a fare vivere meglio le persone. Lo scenario nella visione futura di Ma Yongfang è quello di una via alternativa, fuori del capitale, fuori del potere, fuori della politica. Per lui le società si svilupperanno in gruppi sociali, ovvero conglomerati di persone con interessi comuni (e non si può non pensare facebook) indipendentemente dalle forme statuali, dalle ideologie come comunismo, socialismo o capitalismo ..parole che per la gente non hanno più senso.

Per tutti questi ragazzi l’auspicio è per un futuro caratterizzato da reti di resistenza per sfuggire l’isolamento e la privatizzazione dell’essere. Qualche tempo fa la leader di un gruppo di poetesse aveva coniato la formula "resistenza creativa". Queste parole pronunciate da uno spettatore mi hanno ancora una volta profondamente colpita, facendomi riflettere su una realtà assai evidente. Dall’altra il mio mondo lavorativo e professionale sono esattamente l’antitesi di questa promessa di futuro…ma il futuro lo facciamo noi.

domenica 15 aprile 2012

SKETCH THEATRE

Romina mi ha invitata a partecipare a questo singolare quanto innovativo evento: Sketch & Theatre.

Non ero certa di poterci andare, è stata una settimana piena ed impegnativa ma alla fine ci sono riuscita e ne sono stata molto contenta. La saletta era strapiena. Molti a disegnare ma anche a fotografare o semplicemente a gustarsi la performance.


La musica, i movimenti lenti ed armonici dei tre attori mi hanno fatto subito rilassare e così il pennarello è corso in assoluta libertà sul foglio, senza alcun timore del risultato. Forse quasi in trance.
Per ora posto i miei schizzi in attesa di ricevere il link con quello degli altri..

Mi hanno colpita le parrucche, i tulle ed i pizzi della donna nera e della bianca, la pancia dell'uomo senza bocca e con la proboscide, le gabbiette, i cuori in gabbia...
Mi accorgo che ho dimenticato di parlare della musica davvero ipnotica, che è stato lo strumento che mi ha permsso di raggiungere questo stato di distacco.














al termine un disegnatore in sala mi ha detto di andare a vedere i disegni di Nicolas De Crecy, con quella linea tremolante. E' stato molto gentile ha detto che la mia linea glieli ricorda: grazie mi ha fatto piacere anche se c'è il mare in mezzo.

domenica 11 marzo 2012

Incanti di Terre Lontane ...sketchcrawl del 1800 ?

Finalmente dopo aver saltato diverse volte l'appuntamento, sono andata in piscina. Mentre mi rivestivo, nello scoprirmi l’addome morbido ho pensato alla “Semiramide morente sulla tomba di Nino” di Augusto Valli. Dipinto che ho visto alla mostra Incanti di Terre Lontane che si tiene a Palazzo Magnani a Reggio Emilia (fino al 1 maggio). Naturalmente l’unica cosa che possiamo avere in comune io e Semiramide oltre al ventre dolcemente rotondo, sono forse i capelli. Nonostante tutto infatti ogni volta che vado in piscina dimentico qualche cosa. Di solito pettine e spazzola. La conseguenza della grave dimenticanza è che poi mi ritrovo una chioma leonina, come lei appunto. E qui finiscono le similitudini dal momento che la nostra Semiramide è soprattutto ricordata quale emblema della lussuria !


Valli. Semiramide morente sulla tomba di Nino
 Ho trovato la mostra bellissima. Mi hanno entusiasmata i disegni degli artisti viaggiatori dell’800: Alberto Pasini, Roberto Guastalla, Stefano Ussi, Giuseppe Amisani. Quando ho visto i meravigliosi taccuini originali di Roberto Guastalla, i cahier dove faceva schizzi con precise note di colore, mi sono davvero emozionata. Quadernetti di libertà! Un poco di china, matita, le ombreggiature sui volti coperti da turbanti, schizzi di corpi o teste di cammello, qualche tocco veloce di acquarello...ecco quel volto sopra un caffetano, ho capito come segnare il tratto delle labbra...

l'Oriente di Guastalla in mostra

l'Oriente di Monteforte in mostra

Idealmente sono assolutamente vicini ai disegni, agli schizzi di coloro che ancora oggi amano ritrarre la realtà su un foglio gironzolando in luoghi lontani ma non necessariamente. Ho ripensato ai taccuini di Matite in Viaggio (quest'anno la mostra si terrà da 5 al 20 ottobre 2012 sempre al Candiani di Mestre), la mostra dedicata ai carnet de voyage. Mi è venuto in mente Giancarlo Iliprandi con i suoi onirici deserti, oppure la precisione curiosa per i volti ed i mercati medio-orientali di Salvador Barnaba ed ancora l’ironia che esprime Giovanni Cocco.
Salvador Barnaba

Chi sono costoro? Sono gli eredi ed i continuatori del genere del pittore viaggiatore, anche se in effetti una frase di Eugene Fromentin all’ingresso della mostra mi ha molto spiazzata:

“ Ci sono due uomini che non bisogna confondere,
c’è il viaggiatore che dipinge,
e poi c’è il pittore che viaggia”
(Un éte dans le Sahara 1857)

    …ach cioè?

Poi ho pensato che questa considerazione aveva forse molto più senso in un’epoca in cui la fotografia era solo agli albori. Il viaggiatore rappresentava una elite e come tale spesso sapeva disegnare. Oggi il viaggiatore per lo più fotografa. Tuttavia ci sono anche coloro che disegnano ed, insospettatamente, non sono pochi. Oggi l'Oriente ha connotazioni ben precise, non è più così lontano come un tempo. Allora questi artisti viaggiatori odierni cosa rappresentano? sopratutto un modo di vedere, la lentezza che l'osservare richiede. Quella lentezza che oggi rappresenta un grandissimo lusso.
Ecco il mio Oriente (Marocco)

Ecco il mio Oriente (Tunisia)
La mostra di Reggio Emilia non potevo perderla sia per la fascinazione che il termine Oriente esercita su di me, sia per la celebrazione dell’artista viaggiatore (che già fu tema di una mostra a Ravenna nel 2009).  Naturalmente non sono la sola ad essere attratta dall’Oriente, come ci dice Gustave Flaubert :
" Vedo l’Oriente che danza ai bordi della mia scrivania” (e qui non ho potuto non pensare ad Emilio Salgari che fra l’altro visse in quegli anni) –“ Ecco il vero Oriente, effetto malinconico e soporifero, si intuisce qualche cosa di immenso ed implacabile in mezzo al quale ci si sente perduti”.

A metà del 800 l’Oriente era soprattutto il vicino Oriente, l’Egitto, il Marocco, tutta l’immensa area dell’Impero ottomano. Pensiamo che è solo con la 1a Guerra Mondiale che nella nostra parte di mondo cadono tre grandi Imperi: l’ Austro-Ungarico, quello Russo e l’Impero Ottomano appunto. Impero allora potente, ricordiamoci, ad esempio, che il Khedivè d’Egitto invitò Giuseppe Verdi a rappresentare un’opera lirica per l'apertura di Suez. Fu l’Aida. Giuseppe Verdi poi fu  grande amico del pittore napoletano Domenico Morelli (molto rappresentato in mostra) pittore che mai visitò quei luoghi ma che così spiega la propria visione dell’Oriente:” Nell’Oriente trovo più arte e meno artifizio..l’Oriente per me è come un rifugio dalla persecuzione del calcolo che ci circonda (quanto le sento vicine queste parole). Vorrei opporre tutto un popolo che si inchina e prega e non vede, e non cerca di vedere, e sente in sé l’infinito e odora la causa invisibile”.

Previati Le fumatrici di Oppio
Va da sé che il termine Oriente rappresenta soprattutto una costruzione mentale che accorpa tutto ciò che questi artisti sentivano e vedevano di diverso, di altro. Non voglio scomodare nomi importanti per una disquisizione sull’Oriente, non mi interessano gli approfondimenti accademici. La “forza” dell’Oriente col suo potere scatenante sull’immaginario, l’ho veduta ancora qualche mese fa ad Arte Fiera di Bologna nei dipinti di Pizzi Cannella col suo Chinatown (presentato dalla galleria Bagnai di Firenze). Ancora una volta è l’alterità e la sua forza attrattiva ad essere rappresentata.
Questa fascinazione si muove però anche in direzione opposta.
Ecco cosa disse lo scrittore cinese A Cheng durante una sua permanenza a Venezia negli anni '90: "..tutta l'Italia è di una bellezza conturbante che causa una sorta di bombardamento trasmesso in eredità da una generazione all'altra..."Questo è un altro filone..


Il catalogo edito da Silvana Editore è interessantissimo. L’ho comprato per potermi assaporare una mostra che le curatrici Anna Villari ed Emanuela Angiuli hanno saputo presentare con grande forza espressiva.

Una mostra che consiglio caldamente di visitare.

http://www.palazzomagnani.it/italiano/leopere.html

mercoledì 7 marzo 2012

AUGURI AUGURI

Ci siamo la primavera ormai è alle porte.
Non ho ancora sentito le rondini in cielo ma credo che si stiano preparando..
Ho ricevuto un link con le foto dello tsunami che il giorno 11 marzo 2011 ha colpito il Giappone. Sembra sia trascorso un tempo eterno..invece

Allora mi fermo per un momento. Il mio augurio ed il mio pensiero va sopratutto alle donne giapponesi, a loro che faticosamente stanno cercando di ricostruire una vita ed un futuro spazzati via dall'acqua e dall'orrore post-tsunami del reattore.



Ecco il link di Sebastiane Lebegue e le sue inquietanti e tenebrose foto
http://sebastienlebegue.photoshelter.com/gallery/Japan-Tsunami-ISHINOMAKI-Sight-Unseen/G0000mmRz31P4e2Q/

domenica 5 febbraio 2012

CONCERTO del China Traditional Orchestra of Inner Mongolia

Ha suonato qualche sera addietro un’intera orchestra composta di strumenti per noi strani. Uno spettacolo inusuale esibito in un tempio della musica classica italiana. Tanto tempo è trascorso e molti progressi sono stati fatti dai tempi lontani di quel balletto a cui assistetti a Pechino nell’estate del 1981, un classico: lo schiaccianoci. La ricordo ancora come un’esibizione pessima, fatta di costumi sgargianti, di un corpo di ballerini fuori tempo e pasticcioni fin’anche di una scivolata e caduta a terra del ballerino proprio mentre tentava di sollevare la ballerina. Insomma un disastro!

L’altra sera invece avevo di fronte un’orchestra conscia di trasmettere un messaggio di cultura, non una brutta copia di occidente. Sul palco si è esibita la China Traditional Orchestra of Inner Mongolia composta di una sessantina di elementi diretta da Mr Lie Zhang diplomato- si legge- al conservatorio di Xian ( regione dello Shaanxi). La Mongolia Interna è una regione settentrionale, che confina con la Mongolia vera e propria, con capoluogo Huhehote, abitata in prevalenza da Mongoli dunque con caratteristiche diverse rispetto agli han ovvero i cinesi. E’ una delle cinque grandi minoranze a cui si deve una delle stelline gialle che vediamo nella bandiera cinese. Ignoro del perché una compagnia tutto sommato di un’area minore della Cina, abbia fruito di questa opportunità, e personalmente non conosco la fama di questa troupe. E’ pur vero che per un certo tempo in Cina la musica mongola è stata molto in auge. Fu in epoca Tang, quando venne costituita l’Accademia Musicale, da cui vennero selezionati i trecento scelti per costituire il prestigioso Giardino dei Peri (Liyuan).

Ci  hanno offerto una serata di musica mongola e cinese dunque. Non sono mancati nè il canto armonico conosciuto a molti grazie alla colonna sonora del film il “cane giallo della Mongolia” né le struggenti armonie rilasciate dal morin khuur il più rappresentativo strumento mongolo. C'è una bella leggenda che descrive la nascita di questo strumento. Si narra che una donna, gelosa dell’affetto che un cavaliere portava per il proprio cavallo, decise di mutilare l’animale. Il cavaliere abbracciò in lacrime il cavallo morto, ne accarezzò tanto dolcemente la criniera che i crini divennero sonori ed il pianto del padrone si trasformò in canto. E la leggenda la dice lunga sull’importanza del cavallo tra i mongoli! L'ultima vera civiltà del cavallo.
Naturalmente suonare questo strumento è una prerogativa degli uomini: nel caso dell’orchestra, affidata all’artista Mr Men De.
http://www.youtube.com/watch?v=cCFhXSEy64k
Boerte music...guardatelo è un video splendido!
Nel video c'è pure il morin khuur che si suona tenuto in mezzo alle gambe. Attenzione però perchè loro sono Mongoli e nulla hanno a che vedere con i Cinesi.


Il primo aspetto a colpirmi, il più curioso, sono stati gli strumenti, quasi tutti sconosciuti se si eccettuano un paio di contrabbassi e di violoncelli. Per il resto una fila di 12 fiati, tra cui il solo riconoscibile era il flauto traverso. I flauti in cinese si chiamano dizi.
Tra i flauti c'erano due sheng, strane cornucopie multi-canne che in origine erano fatte di zucca. E ancora i so-na clarino dall’inconfondibile suono a trombetta.
Una novità rispetto alla nostra orchestra era la presenza di due guzhen sorta di arpa o cetra orizzontale. Si dice che questo strumento sia nato dalla decisione di un vecchio musicista di donare alle due figlie un’eguale porzione del suo unico strumento, generando così due metà l’una a 12 e l’altra a 13 corde. Esiste infatti però ancora la variante a 25 corde. La parola gu sta per antico e zheng sta per “disputa”, ovvero quella che oppose le due sorelle che aspiravano entrambe ad avere lo strumento del padre. Nel film Red Cliff del regista Jhon Woo (La battaglia dei tre Regni in italiano) c’è un pezzo in cui il comandante trascorre la notte incerta prima della battaglia assieme alla compagna ma il protagonista in questo caso è proprio il guzhen. E’ comune trovare cd dedicati ad a solo di guzhen ed in passato il saperlo suonare era ritenuta prerogativa artistica dei gentiluomini confuciani, unitamente alla calligrafia ed alla pittura.
http://www.youtube.com/watch?v=nvGnZye9Fvs
E' il video della colonna sonora di Red Cliff

La cetra intarsiata, chi sa da quale remota origine
ha le cinquanta corde.
Ogni sua corda, ogni suo ponte,
mi rammentano gli anni fioriti.
Chuang Tzu un mattino sognava
di mutarsi in farfalla, del re Wang il cuore estasiato
un cuculo diventava,

nel vasto oceano al lume di luna
le perle sono lacrime di sirene,
Lan Tien nel tepore del sole
le giade nascono tra le nebbie.
Queste rispondenze possono illudere,
destare memorie,
ma insieme anche la mestizia del tempo perduto

[la cetra intarsiata di Li Shangyin ne “le trecento poesie di Tang “ a cura di Martin Benedikter]



Una particolarità: a suo tempo ho studiato che gli strumenti il cui nome è composto da due caratteri, non sono autoctoni cinesi ma sono importati da zone attraversate dalle rotte carovaniere commerciali. Ovvero la via della seta. Non vale per il guzhen o per il guqin (cetra a sette corde) dove gu indica solo “antico”. Sono dunque strumenti autoctoni cinesi.

Sempre parlando dell’orchestra, nella zona che fronteggia la platea si vedevano 11 er-hu ovvero violini a due corde. Nel gruppo dei violini, gli hu-qin, figurano anche lo zhong-hu di media grandezza e lo jing-hu usato soprattutto nell’opera e la cui introduzione si deve al grande attore Mei Lanfang. E’ curioso il fatto che nell’opera cinese classica il violinista avesse un prestigio superiore al direttore, tanto che i più famosi cantanti d’opera avevano violinisti personali.

Dalla parte opposta ai violini si trovavano i da-ruan strumento che fa le veci dei violoncelli. Hanno una buffa cassa tonda che sembra dotata di due occhi e una bocca. La versione con il braccio più corto si chiama yueqin, ovvero chitarra della luna. Lo da-ruan prende il nome dal saggio Ruan Xian che fu uno dei sette grandi “saggi del boschetto di bambù” del periodo delle Sei Dinastie. E’ uno strumento importantissimo nella rappresentazione dell‘Opera.


In solitudine sedendo nella celata selva dei bambù,
al tocco del liuto fischio note sospese.
Nel segreto del bosco non vedo alcuno:
chiara la luna giunge con la sua luce.

[Il romitaggio nel boschetto dei bambù di Wang Wei ne “le trecento poesie di Tang “ a cura di Martin Benedikter]

Davanti a loro si posizionavano i liuti a 4 corde ovvero i famosi pipa. E’ lo strumento che si pronuncia come la parola cinese per "nespola". C’è anche la variante a tre corde che si chiama sanxian (appunto quel che significa).
Ovviamente in questa orchestra non potevano mancare le percussioni, poste in fondo, gong piatti, cimbali, tamburi, ban specie di nacchere. Quest’ultimo strumento è molto importante nell’Opera, perché ha la funzione di cadenzare il canto.

A vederli mi ricordavano quasi strumenti antichi o poco conosciuti come quelli del ns medioevo. Io ahimè non so leggere la musica ma ho studiato che la teoria cinese prevedeva non sette note bensì cinque. Tutto questo fa senso ovviamente nell’ambito dell’importantissima teoria cosmogonica che ha come suo cardine centrale i “cinque elementi” ovvero metallo, fuoco, legno, acqua, terra gli elementi a cui era associata una diversa nota.

Ripropongo un curioso resoconto di Mario Appelius che assistette ad un concerto di musica cinese negli anni '30 . Mi piace il suo modo ridondante di scrivere [da le sette corde di seta cantate in La Crisi di Budda 1935] e lo trovo un pezzo davvero interessante

.."il mio mandarino, ex ammiraglio delle flotte imperiali, possiede una collezione rarissima di antichi strumenti musicali cinesi ed adopera una parte della sua rilevante fortuna a mantenere diversi artisti i quali hanno l’incarico di suonare per lui quando egli senta vaghezza di farsi carezzare l’anima da un’armonia oppure quando, come stasera, raccolga un gruppo di amici, amanti come lui delle belle cose e delle vecchie canzoni.


Ho dinanzi agli occhi gli strumenti musicali della Cina dei Song, dei Ming, dei Tang che erano suonati nei palazzi imperiali e nelle dimore mandarinali prima che i conquistatori manciù imponessero al popolo cinese i loro rozzi strumenti barbarici. Ai muri sono appese viole, chitarre, alcune grandi altre piccole, tutte ovoidali lucide, curiosamente lubriche, fatte apposta si direbbe per allietare raffinate orge di grandi artisti, di grandi letterati di grandi filosofi. La loro forma lasciva fa pensare alle rotondità delle anche femminili. Anche il colore del legno evoca lo splendore di carni ben nutrite. Altri strumenti che corrisponderebbero ai ns violini hanno bizzarre sagome di ordigni di tortura. Costruiti per esprimere il tormento delle anime e lo spasimo d ei corpi, hanno forme di dolore e di sofferenza. Accanto ad un’antichissima arpa occidentale cinese-strumento di rara dolcezza- è allineata una collezione di flauti mongolici e tibetani…Numerosi i gong ed i tamburi, tutti a suono ovattato e profondo..


Entrano i musici in quali benché siano autentici artisti hanno come tutti i cinesi un aspetto qualsiasi. Il direttore d’orchestra dal corpo cascante di un Budda dimagrito d’un sol colpo (forse sgonfiato dagli strumenti a fiato) rimane nascosto dietro un paravento. Tale è l’uso. Nessuna bacchetta pagliaccesca s’agita dinanzi all’uditorio ma la presenza del direttore dietro le quinte e l’apprensione della sua critica dopo l’esecuzione spingono i musici cinesi alla massima diligenza.


Giovani donne in pantaloncini di seta nera circolano fra le poltrone e gli sgabelli, offrono bibite toniche e tiepide, raccolgono la cenere, porgono ventagli, accendono le sigarette e le pipe, vigilano ogni bisogno, intuiscono ogni desiderio. Le loro pantofole non fanno nessun rumore.


Nella profumata e raccolta atmosfera della sala si sciolgono così i ritmi antichissimi. ..Sono melodie flebili e smorzate…brividi..carezze..respiri di risaie. A volte la melodia è terribilmente dolce. Sempre più  i nervi degli ascoltatori sono macerati in una specie di rosolio interno. L’anima s’inzucchera e si candisce. ..Ad un certo punto uno schianto secco od un improvviso stridore di lime ammoniscono l’occidentale che la composizione cinese entra in una zona per lui proibita. Il nostro orecchio plasmato da secoli di armonie nostrane si ribella a quella incomprensibile lacerazione dei timpani, a quello sconcertante insistere in note false e stridule ma ecco l’arpa riprendere il suo dolcissimo fremere ed i flauti tornare a zufolare come fa il vento in mezzo alle foglie e le viole ovoidali e lascive ridare le loro note carezzanti…"

E’ notevole la descrizione che segue del concerto “la conquista di Chu da parte del grande mandarino, marchese Hanxin”. Non la riporto perché è un pezzo troppo lungo. Lascio a voi la curiosità di leggerlo se lo vorrete.

..” nel tornare in palanchino a notte fatta verso la città bassa in mezzo al mistero di cento giardini addormentati sentivo fremere le foglie, sussurrare i fiori, mormorare le acque dei canaletti lilipuzziani..ed avevo l’impressione che quei dolcissimi suoni fossero meno dolci di quelli che le lunghe dita di avorio dei virtuosi avevano estratto poco prima dalle sette corde di seta cantante,lassù, nella casa straordinaria dell’ammiraglio-filosofo.”

Personalmente in passato avevo assistito solo a pochi concerti di musica cinese e fra questi il classico degli anni ’60 ovvero il Concerto per Piano e Orchestra “La Cantata del Fiume Giallo” opera composta da Xian Xinghai nel 1939 mentre si trovava in una delle grotte di Yenan, il soviet comunista. La musica è stata successivamente modificata fino alla versione più nota di Yin Chengzong (preludio, la canzone del barcaiolo del fiume giallo; ode al fiume giallo; la rabbia del fiume giallo; difendere il fiume giallo). Credo che l’ascoltarla sia una bella occasione per rimanere stupiti.
http://www.youtube.com/watch?v=zJBU9TyRA80

Shanghai e l'expò

Shanghai e l'expò
Il lato est del Bund ..che notte magica